Questo è il primo numero di Verticale Fumetto. Ogni settimana raccolgo e commento gli articoli più significativi che ho incontrato leggendo la stampa internazionale di settore — in francese, in inglese, a volte da fonti che chi non frequenta certi ambienti fatica anche solo a conoscere. Non è una rassegna stampa automatica: è una lettura ragionata, con le mie opinioni. Partiamo.
Marvel ha smesso di avere un publisher
Due notizie da leggere in sequenza. La prima: Dan Buckley lascia Marvel dopo 23 anni come publisher — e con lui scompare la figura stessa del publisher, per la prima volta in 87 anni di storia della casa editrice. La seconda: Brad Winderbaum, fino ad oggi alla guida di Marvel TV e Animation, viene promosso a un ruolo allargato che comprende anche i fumetti. Il segnale è inequivocabile: per Disney, i fumetti non sono più un prodotto editoriale con una sua identità autonoma, ma un dipartimento al servizio della macchina transmediale. Nessuno “guida” più i fumetti Marvel — li gestisce. È una differenza che conta, e non solo per chi lavora lì dentro.
→ [Marvel Just Shook Up Who Is in Charge of Its Comics and Franchises — Gizmodo]
BOOM! Studios cambia publisher
Michael Kelly lascerà la carica di publisher di BOOM! Studios a metà giugno. La struttura post-Kelly sarà più piatta: Andy Schmidt assorbirà parte delle responsabilità editoriali. Due publisher che lasciano in una settimana — Kelly e Buckley — è una coincidenza che fa riflettere. O forse non è una coincidenza.
→ [Publisher Michael Kelly to leave Boom — The Beat]
Angoulême: 9e Art+ in liquidazione, futuro incerto
La società che ha organizzato il Festival di Angoulême per vent’anni è stata posta in liquidazione giudiziaria il 7 maggio, con 1,6 milioni di euro di debiti e una decina di dipendenti in bilico. Franck Bondoux attribuisce il tracollo alla conferenza del 20 novembre scorso — il che lascia intuire tensioni interne che vanno ben oltre i conti. La gestione del festival dal 2027 è già stata affidata a Morgane, ma le procedure legali tra FIBD e ADBDA sono tutt’altro che chiuse. Angoulême non scomparirà, ma la transizione sarà lunga e probabilmente rumorosa.
→ [Angoulême : 9e Art+ liquidée, l’avenir du festival reste incertain]
Dark Horse si separa da Embracer
Embracer Group ha annunciato lo spin-off di Fellowship Entertainment — la holding che comprende Dark Horse Comics — con l’obiettivo di quotarla autonomamente sul Nasdaq di Stoccolma entro il 2027. Dal punto di vista industriale, questo significa che Dark Horse non sarà più coperta dalla massa critica di un grande gruppo videoludico svedese, ma dovrà stare in piedi davanti agli investitori da sola. Quanto vale Dark Horse come editore stand-alone? La risposta la darà il mercato. Nel frattempo, chi lavora con loro sulla pipeline licensing farebbe bene a seguire la vicenda con attenzione.
→ [Fellowship Entertainment spin-off announcement]
Zebra Comics e il fumetto africano che bypassa la carta
Pezzo interessante da ActuaBD su Zebra Comics, publisher camerunense che sta costruendo un’infrastruttura di fumetto digitale in Africa attraverso il formato Webtoon. L’Africa ha una storia consolidata di salti tecnologici: dal telefono fisso direttamente al mobile, dall’assegno bancario direttamente al pagamento digitale. Sta succedendo la stessa cosa con il fumetto: l’editoria cartacea non ha mai attecchito davvero sul continente, e la generazione degli smartphone sta scoprendo il medium in verticale su schermo. Da tenere d’occhio.
La ruota dell’awesome (e chi ci finisce sotto)
> Mio articolo di commento, e con questo termina la newsletter della settimana!
C’è un panel girato un paio di settimane fa a iicon, una di quelle conferenze americane sull’innovazione dove tre dirigenti in poltroncina vi spiegano il futuro mentre dietro di loro fluttuano cubetti gialli in computer grafica.
I tre sono di Skybound — David Alpert, Jon Goldman, Sean Mackiewicz — e il titolo dell’incontro è di quelli che fanno curriculum: “Il futuro appartiene agli ecosistemi, non ai formati”. Tradotto dal conferenzese: il fumetto, da solo, non basta più. Anzi, da solo non vale quasi niente.
Il modello che raccontano lo chiamano, senza un filo di imbarazzo, the wheel of awesome. La ruota delle meraviglie. E funziona così: prima si individua una proprietà intellettuale nel suo nucleo, poi le si costruisce attorno tutto il resto.
Il fumetto è il primo gradino perché è lo strumento più rapido ed economico per toccare un pubblico mantenendo alta la qualità — è lì che si misura il “segnale”, se la cosa funziona o no. Se funziona, arriva il cinema o la serie tv, che serve a popolarizzare. E se il pubblico risponde anche lì, allora si investe nel videogioco, dove finalmente si monetizza sul serio.
La regola d’oro, ripetuta tre volte in venti minuti, è che nessuno di questi anelli può essere un loss leader: ogni mezzo dev’essere insieme creativamente e finanziariamente sano, altrimenti non gira niente. Ci credo: l’hanno detto loro che il fumetto fatto apposta per perdere soldi attira autori che se ne fregano, e gli autori che se ne fregano fanno fumetti che non decollano. Su questo, ahimè, non posso dargli torto.
La rivendicazione orgogliosa è di essere “trilingui dalla nascita”. Alpert veniva dal cinema, Goldman dai videogiochi, Robert Kirkman dal fumetto, e quando si sono trovati nel 2001 non hanno costruito un editore che sognava di fare serie tv, né una software house che si annoiava e voleva provare con i comics: avevano tutti e tre i linguaggi nel DNA fin dall’inizio. È una differenza più grande di quanto sembri, e ci torno tra un attimo.
I numeri, a sentirli, sono di quelli che zittiscono la sala. Invincible sarebbe lo show che genera più ricavi su tutto Prime Video, con la sola terza stagione oltre i 450 milioni di dollari (cifra loro, da prendere con la cautela che si concede sempre a chi parla del proprio prodotto su un palco).
L’Energon Universe nato con Hasbro — Transformers, GI Joe — venderebbe quanto Batman e Spider-Man, mese su mese. Omni-Man infilato in Mortal Kombat, le skin di Invincible che in Fortnite mandano in tilt i server, e adesso un picchiaduro, Invincible VS, venduto fisicamente dentro tremila fumetterie americane sfruttando la loro stessa distribuzione di comics. È tutto vero, è tutto impressionante, ed è tutto profondamente, irrimediabilmente americano.
Perché ecco il punto che da questa parte dell’oceano fa la differenza. Quel modello presuppone uno studio di animazione interno, una struttura di sviluppo videogiochi costruita in casa, una distribuzione integrata e un mercato capace di produrre serie da 450 milioni.
Noi non abbiamo niente di tutto questo, e diciamocelo, non lo avremo a breve. Quando un americano vi spiega che il fumetto è il “laboratorio a basso costo” dove si capta il segnale prima di fare le cose serie, voi sentite una bestemmia: per noi il fumetto non è il prototipo, è la destinazione. È il punto d’arrivo, non il banco di prova. Il che rende il wheel of awesome uno spettacolo magnifico da guardare e un pessimo manuale da copiare. Chi prova a replicarlo senza la macchina dietro — e ne ho visti, di editori e produttori italiani innamorati della parola “ecosistema” — di solito ottiene solo un fumetto fatto male e una IP che non interessa a nessuno.
Ma c’è una cosa che da quel palco non hanno detto, ed è la più importante per chi mi legge. Se il valore vero migra a valle — nella serie, nel gioco, nel merchandising — allora il fumetto rischia di diventare quello che in gergo industriale si chiama materia prima. E la materia prima, di solito, la si paga poco e la si dimentica in fretta.
Skybound giura di farlo nel modo giusto: nasce in opposizione al lavoro su commissione di Marvel e DC, dove per decenni i creatori venivano spremuti e poi messi da parte, e il suo motto è diventato create as fans, execute as professionals. Bello, sincero, probabilmente anche vero per loro. Ma il modello in sé, la struttura economica, spinge in una sola direzione: il denaro si allontana dalla pagina disegnata. E nel momento esatto in cui si allontana, conta una cosa sola — chi ha firmato cosa, prima che la ruota cominciasse a girare. I diritti di adattamento, i diritti secondari, la quota su ogni rotazione futura della meraviglia.
Ed è qui, lasciatemelo dire da chi ci campa, che entra in scena la figura più antipatica e più necessaria di tutta la filiera: l’agente. Non quello romantico che scopre il talento (anche, ogni tanto, se siamo fortunati), ma quello che, quando un editore vi dice “fidati, costruiamo un ecosistema insieme”, tira fuori il contratto e si assicura che dentro la ruota delle meraviglie ci salga anche l’autore — e non finisca, semplicemente, sotto.
Perché vista dal palco la wheel of awesome è splendida. Vista da sotto, dove qualcuno disegna tre tavole a settimana per diciotto mesi, di solito si sente solo il peso che passa sopra.
Pre-ordinate pure il picchiaduro, se vi va. Ma prima leggetevi il contratto.
→ [The Future Belongs to Ecosystems, Not Formats — iicon Conference, YouTube]
A la prochaine, Dario

